Il giustiziere della notte 3 (1985)

Negli anni ’80 il produttore Menahem Golan (quello della Cannon) decise di acquistare i diritti relativi a “Il giustiziere della notte”.Il suo scopo era quello di rilanciare il personaggio e farne un franchise di successo per quegli anni. Tale processo portò ad alcune modifiche rispetto al capostipite del’74. La maggiore riguardò un’aumento della componente action (d’altronde erano gli anni di Rambo e Chuck Norris) rispetto a quella introspettiva. Tale spirito venne mantenuto anche in altri film della Cannon con Bronson, cosa che contribuì a renderlo nell’immaginario collettivo il vigilante per antonomasia. In merito a tale processo risultò fondamentale il terzo capitolo della saga sul “giustiziere della notte”.  Qui infatti tutti gli elementi prima citati , e già presenti nel secondo capitolo, sono portati all’estremo. Ecco dunque Bronson venire calato in un contesto urbano tanto violento e degradato da ricordare i post-atomici di Castellari (ma qui non c’è stato nessun disatro nucleare).Vista l’incompetenza  delle forze dell’ordine (distratte o facilmente manipolabili e quindi ,involontariamente, complici) toccherà al personaggio di Bronson , Kersey, sistemare le cose.Il film esce in piena guerra fredda e ciò in un qualche modo si avverte nel film.Più volte ci sono rimandi ad una mentalità da frontiera (che già c’era nel film del ’74 ).Specialmente la necessità di  difendere il territorio duramente guadagnato da un nemico esterno (gli indiani nel west , delinquenti e teppisti ora). E che i criminali che infestano l’intero quartiere siano considerati qualcosa di esterno ad esso è ben rappresentato nella scena in cui dopo che Kersey uccide uno dei teppisti una vecchia grida: non ha colpito nessuno dei nostri !. Altro particolare rilevante gli abitanti del quartiere sono in maggioranza reduci di guerre passate (ed anziani in un periodo in cui prendevano piede i teen-movies). E nel finale dovranno  di nuovo tornare in guerra per salvare il quartiere dagli invasori.Alla luce di tali riflessioni non è difficile immaginare perchè Golan abbia considerato la figura del vigilante di sicuro successo (qualche anno dopo la Marvel lancerà  la serie del Punitore tanto per dare un idea del clima dell’epoca).Ovviamente tali rimandi al clima di quegli anni non furono per forza voluti (si parla sempre di un film di intrattenimento) ma ben simboleggiano come anche un film di genere possa fungere da commento alla propria epoca.

Top 5 : Scene memorabili

Classifica leggera quella di oggi. Non molto impegnativa. Tutti ricordiamo dei film con cui siamo cresciuti una qualche battuta o scena precise. Spesso amiamo citarle in continuazione. Alcune hanno persino lasciato un segno nell’immaginario collettivo. Ecco le mie preferite :

  • “Io sono Godzilla ,tu sei il Giappone !” da “Cose da fare a Denver  quando sei morto” (1995)
Ingiustamente ricordato come un film Tarantiniano, in realtà è un ottimo noir. Con alcuni elementi in comune con i film di Tarantino (i dialoghi e le scene ambientate nelle tavole calde ). Ma questo perchè sia Tarantino che Fleder atttingevano alla stessa tradizione pulp. Qua scelgo di ricordare la battuta detta dalla testa calda del gruppo nel suo faccia a faccia col killer interpretato da Steve Buscemi.  (Purtroppo la scena l’ho trovata solo in spagnolo !)
  • “E così tu ,ovviamente , sei il grande cazzone…” da “The snatch” (2001)
I tre rapinatori più idioti che si siano mai visti sulla faccia della terra. Contro un  duro , di quelli da far paura. Secondo voi  come finisce ?
  • “Buono , cattivo… Io sono quello con il fucile !” da  “L’armata delle tenebre ” (1993)
Uno dei primi film che ho visto. Indovinate cosa mi ha colpito maggiormente ? Lui. Ash J. Williams . In tutta la sua epica sboronaggine. Solo Bruce Campbell poteva interpretare un simile personaggio e risultare credibile. E scene come questa lo dimostrano…
  • “Al cuore Ramon !” da “Per un pugno di dollari ” (1964)
Clint Eastwood e Sergio Leone. Devo aggiungere altro ?
  • “… e ti ammazzo se mi tocchi !” da “L’ultimo boyscout” (1991)
Se ti dicono che stai per avere a che fare con un uomo pericoloso, ed il suddetto uomo ti dà un simile avvertimento… Beh , dagli retta se sei furbo !

The watcher in the woods (1980)

Un film dell’orrore per ragazzi. Con un pizzico di fantascienza. Prodotto dalla Disney. Ehi , fermi ! No , non andatevene ! Non parlo mica della Disney attuale. Ma di quella di più di vent’anni fa. La stessa che realizzò “The black hole” (1979) e “Qualcosa di sinistro sta per accadere” (1983). Quindi , per dirlo subito, questo film non è affatto male. Tutto parte dall’omonimo romanzo del 1976. Uno dei produttori della Disney , Tom Leetch , letto il libro  convinse i capoccia della casa a trasporlo su pellicola con la seguente affermazione : “Questo può essere il nostro L’esorcista !” (quanto era ancora influente il film di Friedkin !).  Per la sceneggiatura venne scelto in un primo tempo nientemeno che Brian Clemens ( sceneggiatore inglese noto per i suoi lavori su “The avengers” e “Doctor Who” , non uno sprovveduto quindi !). Ma qui iniziano le difficoltà. La sceneggiatura di Clemens viene ritenuta troppo cupa. Visto che il target era  , comunque  , quello giovanile viene chiamata un’altra sceneggiatrice ,  Rosemary Anne Sisson  , per riscriverla.

Successivamente il copione verrà revisionato una terza volta ancora. Ciò iniziò a creare una forte tensione tra Leetch e le alte sfere , che sembravano decise a rendere sempre meno cupo il film.  Alla regia  venne scelto John Hough (“Twins of evil” , “The legend of Hell house “). Il romanzo di partenza era soprattutto una storia di fantascienza .Quindi  , oltre ad una serie di sceneggiatori della Disney ,  furono interpellati per la stesura del finale diversi scrittori di  fantascienza. Nomi di un certo livello quali Robert Silverberg ,Joe Haldeman e Larry Niven. Stando al designer degli effetti visivi del film , Harrison Ellenshaw ( che avrebbe poi scritto il finale definitivo )vennero realizzati ben 152 possibili finali . Tutti mai usati.Nel film venne arruolata la vecchia star Bette Davis. La quale inizialmente voleva (“disperatamente” secondo il regista John Hough ) intepretare anche la versione giovane , vista nei flashback  , del proprio personaggio. Al punto da aver spinto i produttori a cercare di “ringiovanirla” con ogni trucco possibile. Fallendo ,  ovviamente. Con rassegnazione della stessa Davis .Anzi di fronte all’affermazione del produttore : “Bette , credo proprio che tu non c’è l’abbia fatta !”, replicò “Hai maledettamente ragione !”: (Ma dai ?).

Il film vede una famiglia anglo americana trasferirsi in una nuova casa. Subito strani fenomeni iniziano ad accadere alle due figlie della coppia. Tutto sembra collegarsi ad un fatto avvenuto trent’anni fa . In cui sparì misteriosamente la figlia della proprietaria (la Davis appunto). Hough scelse di riutilizzare nel film molte delle location usate da Robert Wise mentre girava “Gli invasati”. In verità Hough riesce a creare un ottimo clima di tensione (ridotta ,visto che era un film per ragazzini , ma apprezzabile). Caratterizzando all’inizio il personaggio della Davis in modo ambiguo.Si crede quasi che sia animata da intenzioni negative (basti pensare alla scena in cui la protagonista caduta in un pantano sta affondando. La Davis all’inizio sembra cercare di affogarla !). Tuttavia la tensione scema in parte nel finale uscito originariamente all’epoca (quello che ho visto io !). L’originale era più fantascientifico , ma gli effetti speciali non erano stati ultimati. Quindi , per rimanere nei tempi delle riprese il lato “sci-fi” venne ridotto.Dando un aspetto alla storia più da ghost story (almeno fino alla rivelazione finale). Un film imperfetto , forse. Ma godibilissimo. (Se vi interessa ecco il finale originale:)

Wuxiapian : gli ultimi anni – Parte 2

Come accennato nell’articolo precedente , negli anni’90 un gruppo di registi cercò di spingere l’azione dei film d’arti marziali oltre quanto già fatto con l’uso del wirework. Procedimento che portò ad uno stile di regia più frenetico ed a una diminuzione dell’uso dei cavi. Quattro furono i film in questione : “Ashes of time” (1994) di Wong Kar Wai , “What price survival” (1994)  di Daniel Lee , “The blade” (1995)  di Tsui Hark e “Legend of the wolf” (1998) di Donnie Yen. I primi tre sono tutti appartenenti al genere wuxia. E si basano sull’idea di guerrieri ormai stanchi e disillusi, spostando le tematiche tipiche del filone in un ottica più crepuscolare. Ma vediamoli in dettaglio :

“Ashes of time” era un film che il regista Wong Kar Wai aveva iniziato a girare nel 1992 . Impiegando due anni per finirlo. Le coreografie vennero affidate a Sammo Hung (che con i wuxia aveva già avuto a che fare). La base era un classico della letteratura wuxia “The legend of the condor heroes” (adattato più volte anche per la televisione !) dello scrittore Jin Yong.Il regista , però , prese solo qualche elemento dal romanzo (tipo i nomi dei personaggi) per dare vita ad una propria storia.La trama è alquanto complessa ,basata su continui passaggi temporali e sull’ingresso di personaggi diversi. In un continuo , difatti , incrociarsi di vicissitudini diverse. Dove  emerge ,infine , un amara riflessione sull’incapacità di interagire con gli altri. E di evitare le conseguenze del proprio egoismo (a meno che non si sia disposti a dimenticare completamente il proprio passato , come fa uno dei personaggi !). Addirittura per rifarsi dei costi i set furono riutilizzati per una parodia del film stesso  “The eagle shooting heroes ” (eh già ! Nell’industria del cinema non si butta nulla !). Purtroppo la versione uscita nelle sale nel 1994 non è quella reperibile. Questo perchè la pellicola venne conservata in condizioni a dir poco pessime, rovinandosi. Per questo la versione detta” redux” non contiene più scene (come spesso avviene per le versioni speciali dei film). Ma di meno !

Ancora più interessante il caso di “What price survival” dello stesso anno, ed esordio del bravo Daniel Lee. In questo caso l’ambientazione non è la Cina del passato. Ma un mondo basato su elementi della cultura giapponese e cinese.   E dove le armi da fuoco non sono mai state inventate  , qui  si combatte con l’uso delle spade. Il risultato è sorprendente , vengono riunite suggestioni sia dal filone “Heroic bloodshed” ( filone nato con i film di John Woo) che dai wuxiapian ! La trama  è incentrata sulla rivalità tra due spadaccini. Solo che nel momento in cui uno dei due sta per avere la meglio , la moglie dello sconfitto accetta , per salvare il marito , di cedere il figlio appena nato all’avversario. Il quale lo cresce ed addestra  come se fosse il proprio . Per poi spedirlo  , una volta cresciuto , ad uccidere l’uomo che è il suo vero padre.Ciò darà il via ad un ciclo di violenze e vendette arrivando persino a citare “One armed swordman” nel finale.

Ma se Daniel Lee cita soltanto il film di Chang Cheh , il regista Tsui Hark decide , nel 1995 , di realizzarne un remake, confrontandosi con un caposaldo del genere .Il canovaccio è lo stesso del film originale , ma condito da una forte vena crepuscolare. Il protagonista non è uno spadaccino  , ma un forgiatore di lame. Inoltre ci viene presentato un mondo violento e brutale. Dove soli i forti sopravvivono. Oltre ad un forte  pessimismo , il film si differenzia dall’originale anche per le ambientazioni. Invernali con campi coperti dalla neve  l’originale, distese desertiche , quasi da film western (tanto per evidenziare il legame tra i due generi) il remake. L’azione è rappresentata tramite un montaggio frenetico , che ben rende  la brutalità degli scontri. Uno dei pochi casi quindi di un remake ben fatto che non teme confronti con l’originale. Ma i film wuxia non si fermano solo ai film qui esaminati. Altri li vedremo nella prossima parte.

CONTINUA

Top 5 : It’s the end of the world !

La fine del mondo. In tanti l’hanno immaginata. In alcuni casi sono , poi , stati tanto bravi da colpire l’immaginario collettivo. Ecco i miei cinque scenari da fine del mondo preferiti:

  • Dredd – La legge sono io (1995)


Tratto da un celebre fumetto inglese, qui l’umanità è costretta a vivere in colossali meglopoli dette Mega – cities . Tutto a causa degli effetti di una guerra nucleare che ha devastato l’ecosistema. Difficile dimenticare le scenografie di Mega-city 01…

  • L’ultimo uomo della terra (1964)


Primo (e più fedele) adattamento di “Io sono leggenda” di Matheson. E senz’altro uno dei più efficaci scenari da fine del mondo mai visto. L’umanità è decimata da un bacillo che uccide le persone e le riporta in (non)vita come vampiri. Le metropoli , oramai , sono come deserti…

  • I figli degli uomini (2006)


Il mondo è ormai al collasso. Pandemie, terrorismo ed immigrazione fuori controllo. Inoltre a tutto ciò si aggiunge una misteriosa infertilità che ha colpito le donne della terra. Un futuro ,forse, neanche così lontano…

  • Virus – Ultimo rifugio Antartide (1980)

 


Un virus creato durante la guerra fredda causa l’estinzione in massa dell’umanità. A parte alcuni gruppi di scienziati stanziati in Antartide , dove scoprono come il virus non funzioni in luoghi dalle temperature glaciali. Dovranno convivere con la consapevolezza di essere gli ultimi uomini rimasti sul pianeta. E non solo con questo…

  • Interceptor – Il guerriero della strada (1981)


Secondo , e migliore , capitolo della trilogia di Mad Max. Ben rappresenta le conseguenze di un conflitto nucleare tramite l’uso del deserto austrialiano come scenario. Un meritatissimo primo posto.

E tanta paura (1976)

C’era una volta il giallo all’italiana. E subito vengono in mente assassini dai guanti neri , spinti ad uccidere da traumi nascosti ed psicosi. I clichè fissati dai film di Dario Argento ,  insomma (quando ancora era un regista degno di tale nome !). Ma Argento non ha inventato il giallo italiano (Bava e Fulci lo avevano anticipato). Ne è stato l’unico ad occuparsene. Ma , alla fine , proprio gli elementi da lui introdotti si sono rivelati i più ricorrenti nel genere. Tanto che arrivati nel 1976 sembrava difficile tirare fuori un giallo diverso. Più originale. Ed invece ci pensa Paolo Cavara. Regista noto per aver contribuito ai primi mondo – movie (genere che , lo confesso , non ho mai amato particolarmente). E che un giallo  ,cinque anni prima , lo aveva già diretto. Ovvero “La tarantola dal ventre nero”. Ma lì erano presenti molti degli stereotipi argentiani. In questo film la musica cambia invece. L’inizio sembra rievocare i già citati stereotipi, una serie di morti ed un assassino ineffabile. Per cambiare  , poi ,  le carte in tavola . Improvvisamente. E divertirsi pure a giocare con i luoghi comuni del genere.

La trama vede una serie di omicidi colpire alcuni individui dell’alta società milanese. Unici collegamenti : una serie di figure rappresentanti illustrazioni di un vecchio libro di filastrocche (“Pierino Porcospino”) ed il fatto che tutte le vittime appartenessero ad un fantomatico club degli “Amici della fauna”. Ovviamente  , come era tipico nei giallo e nei polizieschi del periodo ,  le attività del club c’entrano ben poco con l’ambientalismo (“Ma in pratica cosa facevano in questo “Circolo degli amici della fauna ” ? Di tutto ! Tranne che occuparsi della fauna !). Una bella congrega di ricchi depravati  ,  come da copione. E con un’inevitabile scheletro nell’armadio. Ovvero la morte di una prostituta durante una delle loro “serate”. Fin qui tutto nella norma. In un qualsiasi giallo d’imitazione argentiana  i passi successivi sarebbero stati prevedibili. Un unico assassino . Mosso da  un trauma.Ed invece no ! La vicenda si complica  , i primi sospettati si rivelano innocenti. L’assassino sembra potersi infilare dappertutto con una abilità da fare invidia ai suoi colleghi  (“Però ! Quest’assassino è davvero versatile !”).  E forse non c’è nemmeno un solo assassino…

A seguire il caso un ispettore molto diverso dai canoni tipici dei film del periodo (ed interpretato alla perfezione da un giovane Michele Placido).  L’ispettore Gaspare Lomenzo è un poliziotto giovane , pure con idee di sinistra e poco propenso a risolvere i problemi con la pistola. L’esatto opposto dei “commissari di ferro” che imperversavano nel cinema di quegli anni. D’altronde il regista aveva delle idee precise su questo film. Che non si  fermavano solo ad un tentativo di liberare il giallo da alcuni  , ingombranti stereotipi.  Altro scopo è dire la sua sul fenomeno dei vigilanti al cinema (solo un paio d’anni prima era uscito  “Il giustiziere della notte”). Come afferma lo stesso Cavara : «Il mio film vuole essere soprattutto la risposta contraria a Il Giustiziere della notte. Il discorso di fondo si pone contro l’esaltazione, tanto diffusa nel cinema contemporaneo, della giustizia privata, contro ogni tipo di vigilantes, contro ogni individualismo più sfrenato. I miei personaggi li incontriamo ogni giorno sulla cronaca nera dei giornali, in lotta fra il senso del dovere e il qualunquismo, sommersi dalla sfiducia che c’è oggi in Italia.»                                                                                                                             

Il rischio è quello di cadere nella retorica. Fortunatamente Cavara  , da uomo di cinema qual’è , non si lascia prendere la mano e confeziona un film in grado di piacere agli amanti del genere.  Riuscendo a garantire un’ora e mezza di intrattenimento. Anche per chi collega il giallo solo ad Argento !